Alla scoperta del cinema coreano

Articolo di Marco Paracchini

Parlare di Cinema è sempre arduo. Ogni persona ha gusti diversi e una propria emotività che detta tempi, modi e sensazioni distinte a seconda del momento in cui si fruisce di una pellicola. Oltre a questo c’è anche un background di conoscenza che – ahimè -, per la maggior parte delle persone, è legato quasi esclusivamente al cinema statunitense.

Eppure esiste un universo a noi (quasi) sconosciuto, una meravigliosa realtà di celluloide che dona emozioni da (quasi) un secolo, un insieme di appassionanti vicende che spazia in (quasi) tutti i generi. Parlo del cinema coreano, di quel mondo dell’entertainment ove la Settima Arte ha avuto, ha e avrà un suo ruolo. Nonostante tutto il suddetto fa ancora fatica ad affermarsi, soprattutto in Italia, ove i preconcetti sugli asiatici sono ancora molto diffusi (ad esclusione di anime e manga) e dove la conoscenza legata al Cinema ha dei limiti mostruosamente enormi. Secondo i dati dei biglietti staccati al botteghino nazionale degli ultimi anni, al di là di sparute occasioni per la commedia italiana (piaccia o no, Checco Zalone he riempito le sale), la quasi totalità degli spettatori paganti erano in sala per film statunitensi. La colpa certo non è degli Stati Uniti, ben inteso, fanno la loro parte e offrono al mercato mondiale una moltitudine di titoli di vario genere e di varia qualità; la colpa è da addossare ai nostri distributori, un po’ fiacchi e restii nell’offrire qualcosa di nuovo e, soprattutto, di “asiatico”. Va detto, per esser razionali, che il problema s’è sviluppato nell’arco degli ultimi decenni per motivi storici e culturali poiché l’esterofilia (prettamente anglosassone) degli italiani ha influito non poco sulle scelte distributive dei suddetti: rarissimo quindi imbattersi in pellicole realizzate in oriente, al di là di sparute occasioni legate a Cina (secondo mercato cinematografico nel 2016) e Giappone (quarto mercato mondiale). Tutto ciò lo trovo molto triste. Ma la cavalleria viene in aiuto ai cinefili global come il sottoscritto e un paio di Festivals hanno cambiato registro alla realtà nazionale negli ultimi vent’anni, ma andiamo con ordine…

La Corea, nel nostro mercato, che ruolo ha?

A memoria non ricordo pellicole distribuite capillarmente se non il discutibile “Snowpiercer” che, va detto, è una co-produzione con gli Stati Uniti (ah, ecco) e ha nel suo cast il Captain America Chris Evans (nome di richiamo per le folle). Qualcuno potrà dire che il Festival di Venezia ha dato spazio a qualche titolo, anche coreano, ma una proiezione sola, seppur all’interno di una kermesse internazionale come quella veneziana, non può certo cambiare le sorti di una pellicola. foto_festival_cinema_venezia_2012_premiati_01_1

Ebbene, forse è andata bene a Kim Ki-Duk (foto sopra) ché ha poi avuto attenzione e distribuzione, ma se vi nominassi il kolossal “My Way” (2011)? Al di là di pochi appassionati (a cui è venuto un sorriso sulle labbra solo nel leggerne il titolo), la maggior parte degli italiani penserebbe a una canzone di Frank Sinatra e non alla mirabolante vicenda portata sul grande schermo dal regista Kang Je-Gyu. Un film di guerra epico, strepitoso e magistralmente diretto, a mio avviso il più bello del genere solo dopo “Salvate il soldato Ryan”. Una pellicola più che coraggiosa poiché obbliga il fruitore a immergersi veramente nel periodo in cui è ambientata la storia (seconda guerra mondiale) dovendo fare i conti con ben quattro differenti lingue. Perché è sì un film coreano, ma per tre quarti della storia si parla giapponese (all’epoca la Corea era sotto l’impero nipponico) poi in russo, in tedesco e infine anche qualche parola in inglese. Se questa vicenda fosse stata narrata dagli americani avrebbe vinto almeno cinque Oscars e sarebbe stata distribuita in tutto il mondo. Ma ahimè il suo destino è stato segnato dalla sua provenienza.

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Ora sovviene spontanea una domanda…

Perché dovremmo riscoprire il cinema coreano?

Sebbene il suddetto sia una realtà dal 1928, solo negli ultimi vent’anni ha saputo farsi spazio nel mondo dell’entertainment globale raggiungendo poi mete ambite come i festival europei di Venezia, Cannes e Berlino. Per molti sarà dunque una sorpresa scoprire che la Corea del Sud non produce solo smartphone e automobili impeccabili! A questa nazione va riconosciuta anche una splendida storia cinematografica. Sarebbe d’uopo redigere un saggio interamente dedicato alla cinematografia coreana poiché uno striminzito articolo di un blog non può certo ambire a dare molte (e giuste) informazioni, tuttavia cerco, anche se con poche righe, di dar una spinta alla curiosità di quelle persone di mentalità aperta e pregne di una buona e sana curiosità.

Mi piace immaginare la cinematografia coreana come un mosaico ove i tasselli che la compongono sono i generi e i sottogeneri narrativi che sono stati usati, stravolti e spremuti sino all’ultima goccia. Dai film di guerra (oltre al succitato va ricordato “Brothers of War – Sotto due bandiere” 2004) ai film romantici, dai film d’azione agli horror sino a passare anche dal western (incredibile, ma vero!), la fabbrica delle idee coreana propone titoli che andrebbero visti almeno una volta. Qualche esempio? Il tremendo, ma ipnotico “Old Boy” (di Park Chan-Wook, 2003 – di cui ne è stato girato un remake dagli Stati Uniti), che aprì nuovi orizzonti a registi visionari (Tarantino incluso); l’intenso e diretto “A girl at my door” (2014) della esordiente July Jung che andrebbe considerato per la sua strabiliante energia narratologica; oppure il noir che lascia col fiato sospeso a titolo “Memories of murder”(Bong Joon-Ho, 2004); anche il poliziesco “Cold Eyes” (2013, remake di un film cinese a titolo “Eye in the Sky”) che ci propone un ritmo serrato e ben strutturato; lo spionaggio che mette a confronto le due Coree in un teatro europeo come quello tedesco col film “The Berlin file” (2013); “Al di là degli anni” (2007) un melodramma cullato dalle parole e reso impeccabile dal regista Im Kwon-Taek; “Oasis” (2002) che porta l’amore in primo piano tra due persone particolari che vivono una certa disabilità (dal regista Lee Chang-Dong conosciuto anche per le sue chicche cinematografiche “Green Fish” e “Peppermint Candy”); “The man from nowhere” (2010) un film d’azione che farebbe impazzire i fan di “John Wick”; “The yellow sea”(2010) dramma violento che porta l’attenzione su una delle tante terre dimenticate dal/del mondo tra Corea del Nord, Cina e Russia; “L’esclusiva” (2015) incredibile vicenda giornalistica che lascia col fiato sospeso sino all’ultimo minuto; “Il buono, il matto e il cattivo” (2008) un western assolutamente visionario che ammalierebbe tutti i fan di Tarantino, lungometraggio che ha di fatto lanciato nel mondo delle star l’attore Lee Byung-Hun (foto sotto – imperdibile anche nel film “Bettersweet Life” del 2005) ora presente in diversi film americani; “Train to Busan” (2016) campione di incassi in Corea e delirio visivo per gli amanti degli zombie-movies (di cui ci sarà presto il remake statunitense). Infine mi sento di menzionare anche il coraggioso “Man on high heels” (di Jang Jin, 2015) dove il poliziotto protagonista non è il solito super macho bensì una persona nata di sesso maschile, ma che desidera ardentemente trasformarsi in donna: una pellicola dura, forte, violenta e a tratti assurda, ma decisamente originale.

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Potrei continuare per ore, senza stancarmi, perché i film da vedere e scoprire sono numerosi. Certamente la lista che precede questa riga non ha la pretesa di essere indicativa per le migliori opere prodotte in Corea del Sud, ma tiene conto di titoli che hanno avuto riconoscimenti e distribuzioni all’estero.

Ma è sempre stato così il cinema coreano?

Dagli anni novanta c’è stata una sorta di rivoluzione nel cinema di Seoul, poiché le pellicole americane, cinesi e giapponesi occupavano il 90% delle proiezioni. Un salto di qualità, un maggior coraggio e una spinta data dalla lungimiranza pregna di speranza per il nuovo millennio ha spinto le case di produzione a investire in generi diversi: poliziesco, thriller, dramma, commedia, horror e azione. Risultato? Nel 2004 “Brothers of War” fu campione di incassi e l’anno successivo ci fu la prima vera grande svolta: ai botteghini coreani le pellicole locali erano in numero superiore a quelle straniere e i guadagni erano solo ed esclusivamente per le opere nazionali. Da qualche anno ormai i campioni d’incassi sono locali: un ottimo traguardo.

Il cinema coreano in Italia

I primi segnali di cambiamento per il cinema asiatico in Italia si sono visti col Far East Film Festival. Non che prima le televisioni non dessero spazio a film orientali, ma l’attenzione era pressoché focalizzata su pellicole marziali degli anni settanta e ottanta e i nomi che tutti conoscevano erano solo quelli di Bruce Lee e Jackie Chan. Ma nel 1999, nella città di Udine, nacque questa kermesse che avrebbe cambiato le sorti del cinema orientale nel Belpaese. Il FEFF ha costruito una propria roccaforte culturale e, grazie all’impegno profuso da quell’anno a oggi (il festival si terrà dal 21 al 29 aprile 2017), gli organizzatori sono riusciti a imporsi con fermezza e savoir-faire nel mercato italiano dell’home-video. Appoggiati poi dalla Tucker Film e dalla Cecchi Gori Group sono riusciti a distribuire dvd e blu-ray di numerose pellicole asiatiche, molte di queste anche Made in (South) Korea, (alcune delle quali poi trasmesse sui canali nazionali).

Qualche anno dopo c’è stato un altro passaggio importante poiché, a Firenze, un “manipolo di eroi” ha deciso di dare giusto spazio al cinema coreano creando e portando avanti, desumo con non poche difficoltà, il Florence Korea Film Fest che questo anno compie 15 anni di grande attività culturale (si terrà dal 23 al 31 marzo 2017). Un plauso va a queste persone che con orgoglio, passione e coraggio proseguono la loro battaglia annuale contro i pregiudizi nei confronti delle opere asiatiche!

E voi che aspettate a scoprire il cinema coreano?

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